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La perdita della speranza: i NEET, tra incuria istituzionale e pandemia

a cura della Rete

 

1.0

I giovani nella condizione di NEET in Italia

Disoccupati e scoraggiati

La problematica dei NEET (Neither in Employment nor in Education or Training, ovvero: giovani che non studiano, non lavorano e non seguono nessun percorso di formazione) in Italia assume proporzioni rilevanti e ha connotazioni preoccupanti sia dal punto di vista macroeconomico (assetto del sistema Paese in linea generale e in ottica di mercato del lavoro competitivo europeo) sia dal punto di vista di economie territoriali (per quanto il livello generale sia al di sopra delle medie europee, si assistono a divari preoccupanti a livello regionale, che evidenziano ancor più la mancanza di politiche centralizzate con una prospettiva globale).

Più nello specifico tale indicatore (NEET) è espressione delle difficoltà della transizione tra scuola e lavoro. Il numero di coloro che dopo essere usciti dal percorso formativo non riescono ad entrare nel mondo del lavoro o si trovano in un’area grigia tra lavoro e non lavoro, è molto alto nei Paesi, come l’Italia, che combinano carenze sul fronte sia della domanda che dell’offerta di lavoro, assieme ad una inadeguatezza degli strumenti di incontro tra domanda e offerta(2).

L’indicatore è stato per la prima volta proposto nel Regno Unito verso la fine del secolo scorso, ma il suo uso diffuso inizia dal 2010 quando l’Unione europea adotta il tasso di NEET come indicatore di riferimento sulla condizione delle nuove generazioni e misura principale dello spreco della risorsa giovani in un dato paese o territorio.

Rispetto all’usuale tasso di disoccupazione giovanile, nei NEET sono compresi tutti i giovani inattivi, non solo i disoccupati in senso stretto. Le metriche di misurazione che tengono traccia del mondo del lavoro spesso traggono in inganno: ad esempio, il tasso di disoccupazione ha il limite di non prendere in considerazione chi si scoraggia e non cerca più attivamente lavoro o chi, in ogni caso, decide di sospendere la propria attività di ricerca di un lavoro dipendente o è in attesa delle condizioni di avvio di un’attività autonoma. Il tasso di NEET include anche tali categorie di persone.

(1) Sezione stesa in collaborazione con Alessandro Rosina.
(2) Rosina A., Neet. Giovani che non studiano e non lavorano, Vita & Pensiero, Milano 2015. Rosina A., “I NEET in Italia.  Dati, esperienze e indicazioni per efficaci politiche di attivazione”, StartNet – Network transizione scuola-lavoro, 2020 (https://www.start-net.org/it/portfolio/policy-paper-politiche-di-attivazione-neet).

I dati peggiori in Europa

Il valore di questo indicatore nella fascia tra i 25 e i 34 anni – fase della vita cruciale per la costruzione dei progetti di vita – era pari a 23,1% nel 2008, all’inizio della Grande recessione, mentre risulta pari a 28,9% nel 2019 (a fronte di una media europea del 17,3%). Risulta tra i più elevati in Europa anche nella fascia 15-24, pur su valori più bassi rispetto alla fascia giovane-adulta (25-34 anni) perché prevale tra gli under 25 il numero di coloro che stanno ancora studiando. Dal 2008 al 2019 risulta salito da 16,6 a 18,1 (mentre il dato Ue-27 nello stesso periodo è passato da 10,9% a 10,1%)(3). Questo significa che l’Italia non solo è rimasta sui livelli peggiori in Europa ma ha anche aumentato il divario rispetto alla media degli altri Paesi. Inoltre, mentre nel 2008 vari regioni italiane centro-settentrionali si trovavano sotto la media europea, dopo la Grande recessione sono tutte posizionate sopra, pur con spiccate differenze tra regioni (lo scarto tra Nord e Sud è di circa 10 punti percentuali).
L’impatto economico e sociale della crisi sanitaria rischia, quindi, di essere ancor più grave soprattutto nel nostro Paese che già presentava spiccate fragilità rispetto alla condizione dei giovani.

Il dato Istat del 2020 mostra un peggiora-mento sia nella fascia 15-24 (incidenza dei Neet salita al 19%) che in quella 25-34 (30.7%, oltre 12 punti percentuali sopra la media europea, divario raddoppiato rispetto al 2008). Nella fascia 15-34 nel Nord il livello è pari al 17,5% e nel Sud al 36,1% (la media nazionale è 25,1% contro il 23,8% del 2019).

Si tratta in totale di circa 3 milioni di under 35 in questa condizione. Si dividono quasi esattamente in tre parti tra:

  • disoccupati in ricerca attiva di lavoro;
  • chi non cerca (scoraggiato) ma sarebbe disponibile nel caso di una offerta;
  • coloro che non sono attualmente interessati (in quest’ultima categoria sono nettamente prevalenti le donne con carichi familiari).

La composizione dei NEET è molto eterogenea: si va dal neolaureato con alta motivazione e alte potenzialità che sta attivamente cercando un lavoro in linea con le proprie aspettative (prima eventualmente di riallinearsi al ribasso con ciò che il mercato offre), fino al giovane uscito precocemente dagli studi, scivolato in una spirale di marginalità e demotivazione. Ma rientrano anche le persone che non hanno un impiego per scelta, perché vogliono prendersi tempo per esperienze di diverso tipo o per dedicarsi alla famiglia. Secondo i dati Eurofound, nella composizione dei NEET, in Italia è più bassa rispetto alla media europea la quota di chi ha problemi fisici, mentre è maggiore quella di chi è disoccupato di lunga durata e di chi è scoraggiato(4).

(3)“The rate of young people not in education, employment or training (NEET), at close to 20%, is the highest in the EU, and the share of early leavers from education and training increased to 14.5% in 2018. Highskilled young people also face challenges, as the employment rate of tertiary graduates remains low. Limited employment prospects are leading a growing number of graduates to emigrate abroad or from the Mezzogiorno to the northern and central regions. Fiscal incentives to hire young people are being extensively used, but their effectiveness and efficiency has not been yet sufficiently evaluated.”” Youth Guarantee country by country Italy. October 2020, Employment, Social Affairs & Inclusion, European Commission.
(4)EUROFOUND, Exploring the diversity of NEETs, Publications Office of the European Union, Luxembourg 2016

Una condizione corrosiva

Le ricadute negative possono essere di vario tipo: minori entrate fiscali, costi maggiori per prestazioni sociali, malessere sociale. Ci sono poi però anche costi individuali, sia materiali che psicologici, di difficile quantificazione.
Si tratta infatti di una condizione corrosiva: si deteriorano abilità e competenze acquisite, si entra in una spirale negativa di demotivazione e frustrazione, si matura una disaffezione per il contesto sociale e per le istituzioni.
Ciò porta inevitabilmente a un atteggiamento passivo del giovane, che non ha più stimoli né nella ricerca del lavoro (che spesso considera inutile) né nella formazione (il cui valore aggiunto per l’inserimento lavorativo non c’è o non viene valorizzato).
Chi è disoccupato di lungo periodo o scoraggiato (ovvero chi si trova intrappolato nella condizione di NEET e rischia di cronicizzarla) tende, inoltre, maggiormente ad avere un percorso bloccato nelle scelte di transizione all’età adulta, rischiando di invecchiare senza fare passi rilevanti nella realizzazione dei propri progetti, non solo occupazionali ma anche di vita.
L’Italia risulta, del resto, uno dei Paesi con più prolungata dipendenza dei giovani dalla famiglia di origine, ma presenta anche un alto rischio di povertà assoluta per chi forma una propria famiglia entro i 35 anni (circa il doppio rispetto alle famiglie formate da over 65(5)).

L’urgenza di agire

Uno degli aspetti chiave che permette di comprendere l’urgenza di affrontare questa situazione è proprio l’ambito sociale. Una persona che non studia e non lavora è una persona che sviluppa una bassa motivazione ad assumere un ruolo nella società di cui è parte. È dunque riduttivo trattare il problema dei NEET relegandolo solo all’ambito del lavoro senza comprendere gli effetti positivi che potrebbe apportare una migliore attivazione di chi si trova in tale condizione.
Le politiche relative all’inserimento dei NEET, infatti, hanno un impatto che indirettamente incide sull’aspetto sociale dell’individuo e proprio per questo devono essere affrontate con urgenza dai decisori politici.
Un efficace contrasto al fenomeno dei NEET deve esplicitamente prendere in considerazione l’ampia eterogeneità dei giovani in tale condizione, da cui deriva la necessità di un insieme di azioni diversificate e ben mirate. Tale eterogeneità riguarda non solo la posizione nel mercato del lavoro e le caratteristiche individuali (genere, titolo di studio, condizioni della famiglia di origine), ma anche la fase in cui la persona si trova (nel percorso scuola-lavoro e più in generale nella transizione alla vita adulta). I disoccupati sono essi stessi un gruppo molto eterogeneo comprendendo al loro interno disoccupati di breve, di lungo e lunghissimo periodo.

Le analisi condotte dall’Osservatorio giovani (in particolare il capitolo di Ellena, Rosina e Sironi nel “Rapporto giovani 2021”) evidenziano come i disoccupati da oltre un anno mostrino minori livelli di benessere rispetto agli altri NEET che, a loro volta, presentano un livello di life satisfaction inferiore ai coetanei classificati come studenti e/o come lavoratori.
Lo stesso studio riporta anche dati interessanti rispetto alla prima edizione di “Garanzia giovani” (programma lanciato dall’Unione europea nel momento più acuto della Grande recessione). Il bilancio mostra luci e ombre. Chi ne ha beneficiato, tra gli intervistati, solo in circa la metà dei casi riconosce di aver ricevuto dei benefici sia in termini di miglioramento delle competenze che nella conoscenza del mercato del lavoro.

(5)“La povertà assoluta riguarda l’8,9% delle famiglie in cui la persona di riferimento ha tra i 18 e i 34 anni e il 5,1% di quelle con persona di riferimento oltre i 64 anni” https://www.istat.it/it/files//2020/06/REPORT_POVERTA_2019.pdf

2.0

Come affrontare il problema: le nostre proposte

Abbiamo parlato nella sezione precedente della dimensione della platea dei NEET in Italia. Affrontare realmente il problema richiede interventi più decisi rispetto a quelli che sono stati intrapresi in passato. L’urgenza del tema è data dalla particolarità dei fenomeni della disoccupazione e dell’inattività: se i disoccupati e gli inattivi non vengono indirizzati entro tempi rapidi, per il giovane diventerà sempre più complicato trovare lavoro.
In questa area di intervento, abbiamo individuato due iniziative specifiche:

A. Rilanciare Garanzia Giovani 2.0

L’idea è strutturare un piano di revisione per Garanzia Giovani in cui si includa il rilancio qualitativo prima che quantitativo dell’apprendistato, del servizio civile e dei tirocini retribuiti: apportare migliorie a livello operativo significa mirare ad una produttiva ed efficace allocazione dei fondi, controllare la coerenza delle proposte e definire una struttura di monitoraggio dei risultati e dell’efficacia delle misure.

Con Garanzia Giovani, istituita nel 2014, i partecipanti concludenti l’intervento sono passati a 179.300 nel 2016, mostrando un trend crescente sulle possibilità di assunzione a sei mesi; nel triennio seguente i numeri sono meno confortanti: i partecipanti che hanno concluso l’intervento sono passati da 179.300 unità a 118.835 ed il tasso di occupazione ha subito una flessione (seppur leggera) passando dal 63,9% al 61,3%. Il programma, scaduto nel 2020, ed il suo rifinanziamento sono oggi oggetto di discussione.

Sulla base dei fondi stanziati nelle tranche precedenti (2013-2016: euro 1,5 miliardi; 2017-2020: euro 1,3 miliardi) è richiesto un investimento con un ordine di grandezza sostanzialmente diverso e che si rivolga ad una platea di beneficiari ben più ampia. I fondi richiesti non devono unicamente mirare ad aumentare il numero di giovani aventi accesso al servizio, ma migliorare la qualità dell’offerta così da sostenere l’occupabilità giovanile, prima ancora della mera occupazione. L’obiettivo è migliorare prima di tutto la qualità dell’offerta e puntare ad una maggiore resilienza dei lavoratori creando figure professionali con competenze solide, oltre al mero sostegno dell’occupabilità.

Il rilancio della Garanzia Giovani deve implicare anche il rafforzamento delle strutture territoriali, nello specifico si fa riferimento ai centri di collocamento ed impiego, attraverso la creazione di figure formate ad orientare ed accompagnare i giovani verso il loro nuovo futuro lavorativo(6).

In merito al mercato del lavoro dal punto di vista delle imprese, la Legge di Bilancio 2021 ha previsto un bonus assunzioni per coloro che non hanno ancora compiuto il trentaseiesimo anno di età, attraverso l’azzeramento dei contributi previdenziali a carico delle imprese operanti sul territorio nazionale. Nella legge, art. 4, si legge che “Per le assunzioni effettuate nel biennio 2021-2022, al fine di promuovere l’occupazione giovanile stabile, l’esonero contributivo di cui all’articolo 1, commi 100 e ss., della legge 27 dicembre 2017, n. 205, è riconosciuto nella misura del 100 per cento, per un periodo massimo di trentasei mesi, nel limite massimo di importo pari a 6.000 euro annui, con riferimento ai soggetti che alla data della prima assunzione a tempo indeterminato incentivata ai sensi del presente articolo non abbiano compiuto il trentaseiesimo anno di età”.(7) Gli alti tassi di disoccupazione e inattività giovanile registrata negli ultimi anni in Italia hanno però dimostrato l’inefficacia di bonus e sgravi fiscali a favore delle aziende, misure assistenzialistiche che non investono concretamente nella occupabilità dei ragazzi. Al contrario, creano occupabilità progetti promotori di investimenti in capitale umano, volti a migliorare e valorizzare le competenze dei giovani e generativi di maggiori opportunità di un inserimento lavorativo qualificato.(8) Non chiediamo dunque bonus per l’occupazione, chiediamo politiche reali che mirino al lungo periodo, anche prevedendo obblighi di formazione per le imprese e la regolarizzazione dei neoassunti con contratti stabili. Guardando ai piani di investimento francesi ed inglesi, ad esempio, non possiamo esimerci dal constatare una direzione di lavoro che sia un vero stimolo per l’occupazione giovanile: nel Regno Unito, va considerato il Government’s Plan for Jobs, atto a rilanciare nuove misure finalizzate ad incrementare l’occupazione giovanile ed in Francia è stata redatta una guida pratica(9) per rilanciare l’apprendistato, messa a disposizione dei Centre de formation des apprentis.

(6) ANPAL, rapporto quadrimestrale N°3/2019, consultabile al link https://www.start-net.org/sites/start-net.org/files/attachments/366/ineetinitaliawebdef.pdf
(7) Legge di Bilancio 2021
(8) C. N. Focacci, Capitale umano, l’investimento che manca in Italia, LaVoceInfo, 18.09.2020, consultabile al link https://www.lavoce.info/archives/69518/capitale-umano-linvestimento-che-manca-allitalia/
(9) http://www.bollettinoadapt.it/wp-content/uploads/2020/09/guide-relance-cfa.pdf

 

Riteniamo sarebbero necessari circa 7 miliardi per finanziare un programma strutturato che miri al potenziamento del capitale umano, risorsa essenziale per la crescita presente e futura del Paese, ipotizzando:

 

(10) Per dettagli sulla stima di tali valori nell’ambito della formazione si può far riferimento al paragrafo successivo dedicato alla seconda proposta
(11) Dati mensili sui disoccupati aggiornati ad ottobre 2020. Fonte: http://dati.istat.it/

B. Reinserire professionalmente 300.000 giovani NEET

Si distingue sul punto di specie l’ottimo lavoro di FORMA (associazione italiana degli enti di formazione professionale). La ripartenza, la ricostruzione del Paese e del suo tessuto economico e sociale non può non prendere le mosse dal lavoro e dalla capacità dei lavoratori di contribuire in maniera sempre più efficace e qualificante alle esigenze delle imprese e dei nuovi modelli produttivi. Con la proposta proposta qui articolata si intende indirizzare una parte della formidabile dotazione di risorse per far fronte alla crisi mobilitata a livello comunitario, in un’ottica di investimento strutturale, per porre le condizioni sistemiche e organizzative necessarie per assicurare livelli di istruzione strutturalmente crescenti e socio-economicamente sostenibili tra i giovani e i lavoratori di tutto il Paese. Un’offerta formativa capace di rispondere ad una domanda di competenze tecniche e specialistiche ad oggi ancora in grande misura inevasa e di assicurare e sostenere lo sviluppo del sistema produttivo anche nelle regioni in maggior ritardo.

 

La proposta si pone due obiettivi:

Lo strumento individuato per il raggiungimento degli obiettivi è l’apprendistato formativo di primo e terzo livello che consente il raggiungimento di titoli di studio (qualifica professionale, diploma professionale, specializzazione IFTS e ITS) con un’importante componente di tempo trascorso in azienda, al lavoro e in apprendimento. Tale azione rafforzerà a regime anche il sistema educativo e le politiche attive del lavoro, in quanto:

  • avvicina il sistema impresa alle istituzioni formative;
  • aumenta la presenza di infrastrutture formative anche al centro-sud, oggi carente;
  • rafforza l’attitudine formativa delle persone, nelle politiche del lavoro e nella formazione continua, utile per le transizioni e gli sviluppi di carriera.

Il piano si sviluppa in un’ottica graduale e prospettica con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di un sistema formativo rinnovato e rafforzato, in grado di rispondere alle prossime sfide. In tale contesto, propedeutico e contestuale al Piano è l’infrastrutturazione della filiera formativa in termini di aumento dell’offerta di formazione soprattutto nel Mezzogiorno dove l’offerta è più carente. Solo così si potrà dare attuazione alla raccomandazione adottata dalla Commissione europea il 1° luglio 2020, su “Istruzione e formazione professionale per la competitività sostenibile, la giustizia sociale e la resilienza”, che sollecita a rendere i sistemi di offerta formativa più moderni, attraenti, flessibili e adatti all’economia digitale e verde e a proseguire negli sforzi per l’attuazione del quadro europeo per apprendistati di qualità ed efficaci.

Sul punto si articolano tre principali azioni.

Azione 1

per i giovani disoccupati senza titolo secondario superiore è previsto l’accesso in percorsi di lavoro e formazione contemporanea all’ultimo anno dei percorsi triennali di istruzione e formazione professionale per il conseguimento della qualifica professionale o al quarto per il conseguimento del diploma professionale, in relazione alle competenze possedute.
Impatto
attualmente si tratta di una platea di 258 mila giovani tra i 18 e i 24 anni, il 6,19 % del totale dei giovani. Si stima di intervenire per un anno su 160 mila unità, riducendo la platea del 62% e passando quindi a 2,35 % del totale dei giovani. In questo modo, la percentuale di popolazione giovanile senza titolo di studio si attesterebbe al di sotto del 10%, obiettivo fissato dall’Unione Europea.

Azione 2

per i giovani NEET con diploma di istruzione secondaria si prevede l’accesso a percorsi di apprendistato duale di terzo livello per il conseguimento di un diploma ITS quale ulteriore titolo di specializzazione rispetto al diploma per un più facile accesso al mercato del lavoro, in termini di miglioramento dell’occupabilità.

Impatto

si tratta di una platea di 394 mila disoccupati cui si aggiungono 320 mila inoccupati disponibili a lavorare (forza lavoro potenziale) per un totale di 714 mila unità. Si stima di interve-nire per due anni su 70 mila giovani per raggiungere il 9,8% della platea.

Azione 3

per gli adulti privi di titolo, considerati un segmento vulnerabile della popolazione e che necessita di interventi volti sia al conseguimento del titolo stesso che di avvicinamento al mercato del lavoro e alle esigenze del sistema impresa, si prevede un anno di contratto di apprendistato formativo.

Impatto

si tratta di una platea di 847 mila persone senza titolo di studio. Si stima di coinvolgere in un anno di percorso 100mila persone raggiungendo il 12 % della platea.


Le risorse dedicate ai NEET dalle presenti proposte ammontano complessivamente a circa 11 MILIARDI, erogabili nel contesto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) afferente al fondo Next Generation EU.

3.0

Scenario oltre il problema

Abbiamo il dovere di reinserire professionalmente 350.000 giovani che attualmente non studiano e non lavorano (né stanno cercando lavoro).
I NEET: ce ne si riempie la bocca, sono un facile argomento di propaganda. Ma occorre uscire dalla parola. Per noi, una persona che non si forma, non lavora, né sta cercando di uscire dalla stasi non è certamente un “bamboccione”. È una persona che ha perso la speranza. E questo è assurdo, in generale e per i giovani. Soprattutto per i giovani. Un giovane che ha perso la speranza è un giovane che non si riconosce più nella società di cui invece fa parte, che ha perso la motivazione per migliorarla.
Spesso la questione NEET viene considerata circoscritta a una determinata categoria e non si coglie la dimensione complessiva del fenomeno. Le azioni volte a migliorare la condizione dei giovani sono azioni che migliorano la società unitariamente intesa, e che nel lungo periodo apportano benefici sotto molteplici aspetti. Un giovane che ritrova la speranza e soprattutto la fiducia nel sistema italiano, nel futuro si impegnerà a migliorarlo.

Ecco allora che la questione NEET in Italia non deve più essere considerata come un problema da risolvere ma piuttosto come un’opportunità che il Paese ha per investire sul suo futuro.

Proprio questo cambio di paradigma è necessario per comprendere e quindi affrontare un fenomeno che per troppo tempo è stato ignorato e che è fondamentale per l’avvenire della nostra società. In momenti come questi siamo tenuti a stringerci per costruire il futuro: non possiamo permetterci di perdere la speranza. Si tratta di un problema con cui uno Stato europeo deve necessariamente confrontarsi perché riguarda il suo futuro.

Affrontare con coraggio e decisione il problema dei NEET è una chiave di volta che potrebbe permettere al Paese di riagganciarsi alle fasce più lavorativamente depresse, recuperandole e attivandole.

Le proposte sopra elencate non pretendono di essere l’unica ed esaustiva soluzione al problema: si è ben consapevoli che l’occupabilità non si sancisce per decreto ma è frutto di politiche e riforme di sistema. Quello che si evidenzia in questa sede è che è necessario contemporaneamente dare un segnale forte e – scendendo nel pratico – cominciare ad attivare dei volani di valore che possano creare circoli virtuosi impattanti sia a livello qualitativo, sia quantitativo per una fascia di popolazione abbastanza ampia. Le stime sopra prodotte permettono infatti un’attivazione preliminare che consentirebbe l’ingresso e il recupero di forze fresche da un lato, e dall’altro la ripresa di fiducia in sistemi che hanno del potenziale espresso e inespresso (garanzia giovani, ITS…) ma che sono troppo spesso ignorate e che a volte hanno iniziato il loro viaggio con un policy-making partito col piede sbagliato. Valorizzare i NEET avrebbe un effetto virtuoso su una molteplicità di ambiti trasversali della nostra società: agire su questo tema non è più solo una scelta ma un imperativo che l’Italia deve indirizzare ora.